Caso Consip. Scafarto ritorna al lavoro, Pm impugna il reintegro in Cassazione

La Procura di Roma non cambia idea: anche se il riesame ha dato l’ok al rientro in servizio del capitano del Noe Gianpaolo Scafarto (poi diventato maggiore) revocando la misura della sospensione di un anno disposta dal gip Gaspare Sturzo, il pm Mario Palazzi e l’aggiunto Paolo Ielo sono pronti a impugnare il provvedimento di 13 pagine davanti alla Cassazione nella convinzione, come scrivono gli stessi giudici, “che l’ufficiale dei carabinieri abbia avuto la finalita’ di dimostrare il coinvolgimento, nell’indagine Consip, di Tiziano Renzi, e l’interesse a interferire nelle indagini da parte del figlio Matteo, allora premier”. E per raggiungere lo scopo, Scafarto (che e’ indagato a piazzale Clodio per alcune ipotesi di falso in atto pubblico, un episodio di rivelazione del segreto d’ufficio e uno di depistaggio) avrebbe dolosamente falsificato l’informativa sulla Consip attribuendo una frase, pronuncia dall’ex parlamentare Italo Bocchino, ad Alfredo Romeo, avrebbe omesso di riferire l’esito negativo degli accertamenti compiuti su una persona sospetta e avrebbe falsamente fatto riferimento al generale Fabrizio Farragina, gia’ appartenente ai servizi segreti, come interlocutore dell’imprenditore partenopeo. Quanto al depistaggio, che sarebbe alla base della misura interdittiva disposta dal gip, Scafarto, per i pm romani, avrebbe provveduto a disinstallare dal cellulare del colonnello Alessandro Sessa (suo superiore) e su richiesta dello stesso l’applicazione whatsapp al fine di evitare che potessero essere ricostruite le conversazioni avvenute tramite questa applicazione e cio’ per impedire che potessero essere individuati coloro che avevano violato il segreto d’ufficio rivelando atti dell’indagine in corso ai vertici Consip. Per i giudici del riesame, invece, quanto attribuito dai pm a Scafarto nella fase di conduzione delle indagini Consip “non e’ affatto una chiara dimostrazione del dolo”, perche’ “le evidenze istruttorie consegnano invece una realta’ diversa che induce a propendere per l’errore involontario che l’esperienza giudiziaria permette di riscontrare quotidianamente nelle informative di pg”. Quanto al reato di depistaggio, poi, per il tribunale “appare singolare che Sessa e Scafarto lo abbiano commesso alla presenza di altri ufficiali dei carabinieri che si trovavano come i due indagati in attesa di essere ricevuti dal generale Pascali”. E poi “e’ evidente che la eliminazione della possibilita’ di effettuare il back up riguarda le conversazioni future tramite whatsapp e non ha nulla a che vedere con la disinstallazione dell’applicazione e quindi con il depistaggio”

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