Sette carabinieri arrestati per spaccio e tortura a Piacenza e caserma posta sotto sequestro

Trasporto di sostanza stupefacente, spaccio, tortura, abuso d’ufficio. Una serie di reati contestati anche a sette Carabinieri arrestati. Intera caserma posta sotto sequestro a Piacenza

“Faccio a fatica a definire questi soggetti come carabinieri, perché i loro sono stati comportamenti criminali. Non c’è stato nulla in quella caserma di lecito”. A dirlo è il Capo della Procura di Piacenza, Grazia Pradella, nel corso della lunga conferenza stampa sull’indagine che ha portato questa mattina all’emissione di diverse ordinanze di custodia cautelare e che vede coinvolti sette carabinieri e la chiusura e sequestro di una caserma dell’Arma in centro a Piacenza. Mentre la città emiliana era alle prese con le morti da Coronavirus i carabinieri della centralissima caserma Levante avrebbero messo in atto “gravi illeciti con disprezzo delle più elementari regole di cautela imposte dalla Presidenza del Consiglio nei decreti emanati”. Il procuratore capo della Repubblica di Piacenza, Grazia Pradella, ha condotto un’indagine durata sei mesi e che ha portato alla luce una “situazione di illegalità grave e diffusa ad un’intera caserma” che è stata poi posta sotto sequestro. La Guardia di Finanza e la Polizia Locale di Piacenza hanno arrestato diciassette persone, tra le quali cinque carabinieri finiti in carcere e uno agli arresti domiciliari. Altri tre militari dell’Arma e un finanziere sono stati raggiunti dal provvedimento dell’obbligo di firma. Obbligo di residenza in provincia per il comandante di Compagnia. Sono “fatti di estrema gravità” ha detto il Procuratore Capo e “questa indagine ha reso giustizia ai tanti militari che sul territorio Piacentino e in Italia svolgono il loro lavoro con passione e sono vicini alle persone.
Gli episodi contestati si riferiscono ai mesi di lockdown anche se comportamenti illeciti esistevano dal 2017. Come un’odissea, non a caso “Odysseu” è il nome dell’operazione, giorno dopo giorno la Guardia di Finanza di Piacenza ha documentato episodi di spaccio, ricettazione, estorsione, arresti illegali con tanto di torture, violenze e sequestro di persona, abuso d’ufficio e falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale. Sono solo alcuni dei capi d’accusa contestati a militari e semplici cittadini, dieci italiani e uno magrebino.

L’indagine è partita proprio da un carabiniere, un graduato dell’Arma in servizio fuori provincia che era stato convocato dalla Polizia Locale per rendere testimonianza di altri reati e, “in modo irrituale – ha detto il Procuratore – ha parlato agli agenti dei fatti che avvenivano nella caserma Piacentina”. Sono partiti gli accertamenti affidati alle Fiamme Gialle che attraverso intercettazioni telefoniche e telematiche hanno scoperto il modo di lavorare dei militari: “Non badavano a mezzi e modalità operative pur di apparire, essere i più bravi, fare più arresti che si basavano su circostanza inventate e falsamente riferite al Pubblico ministero di turno, accompagnate da una sorta di autoesaltazione: loro erano più furbi e bravi degli incapaci di altre caserme che invece lavorano con correttezza”. E soprattutto volevano procurarsi la droga per rifornire la piazza di Piacenza che nei mesi di lockdown era scoperta. “Ho fatto un’associazione a delinquere ragazzi! (…) Lui conosce tutti gli spacciatori (…), è una catena che a noi arriveranno mai! Noi siamo irraggiungibili”.

Diceva così un appuntato della caserma ai suoi colleghi. Così firmavano false autocertificazioni per trasferire la sostanza stupefacente, hashish in particolare, dal milanese alla provincia di Piacenza, una città che “contava i suoi morti e che non si merita questi comportamenti” – ha aggiunto il procuratore. Per individuare i loro “non protetti” che detenevano la droga, picchiavano, minacciavano, e in un episodio addirittura sequestrato, presunti spacciatori, pur di farli confessare. La droga che recuperavano, in parte la mettevano a disposizione dell’autorità giudiziaria, altre dosi e denaro venivano dati ai loro confidenti, il resto ai pusher di fiducia per commercializzare la sostanza stupefacente sul territorio. Che prima ancora di essere ceduta veniva custodita nel garage di uno dei militari. In alcuni casi spacciavano per conto proprio ed alcuni erano diretti consumatori.